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Turarsi il naso e allearsi con Al-Sisi?

Il dibattito scaturito a seguito dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo contiene anche un richiamo alla realpolitica. Secondo i sostenitori di questa tesi , per combattere il terrorismo bisogna accettare di allearsi con alcuni stati, quale che sia la loro natura. L’eventuale socio più menzionato da chi la pensa così è il Cairo di Abdel Fattah Al-Sisi, uomo che ha impressionato tutti con il discorso recentemente pronunciato ad Al-Ahzar.  Dopo il suo nome trovate quello di Assad. L’ex generale egiziano ha invitato la massima autorità dell’Islam sunnita a “uscire da sé stessa” per favorire una riforma dell’interpretazione religiosa che sradichi il fanatismo e favorisca una visione più illuminata dei rapporti con l’altro, in un mondo globalizzato e sempre più interdipendente.

Quanti ritengono vincente l’alleanza con Al-Sisi, abile comunicatore che sa che Al-Ahzar non è indipendente dal suo regime, devono però conoscere quello che questa implicherebbe.

La scommessa di Renzi su Al-Sisi

Per l’Italia, l’alleanza con Al-Sisi non farebbe altro che suggellerebbe la scommessa che Matteo Renzi ha fatto dall’inizio del suo mandato sul nuovo presidente. Il nostro paese ha puntato sul ruolo stabilizzatore che l’Egitto può giocare nella regione, adottando un approccio che parte dalla comprensione e dall’accettazione delle preoccupazioni securitarie egiziane senza insistere – come faceva l’allora ministro degli esteri Emma Bonino- sull’inclusione dei diversi attori politici nelle dinamiche di politiche interne.

Anche se non abbiamo interessi a mostrarci, in Europa, come un paese che chiude gli occhi nei confronti di certe violazioni in contrasto con i valori comunitari, non vogliamo neanche intaccare il tradizionale rapporto privilegiato che ci lega all’Egitto e che potrebbe tornarci utile, soprattutto se voltiamo lo sguardo verso la Libia o se ci preoccupiamo di “tenere pulito” il Mar Mediterraneo (Link ultimo articolo petrillo).

Difendere o reprimere la libertà di espressione

Questi interessi personali dell’Italia sono però ben distanti dalla difesa del rispetto di quei valori universali che gli attentati di Parigi sembrano aver riportato intesta all’agenda internazionale. Per chi si batte per la difesa della libertà di espressione, sostenere il regime egiziano è un controsenso, vista la morsa repressiva su giornalisti, internauti e artisti da mesi in corso lungo il Nilo.

Anche i più strenui difensori del laicismo devono poi ricordare che l’Egitto di Al-Sisi è tenuto in vita dalle generose elargizioni dei reali wahabiti sauditi, non certo famosi per la loro interpretazione liberale della dottrina musulmana.

Nutrendo nuovi terroristi

Aiutare Al-Sisi vuole anche dire accettare e sostenere la creazione di un regime autoritario, la cui stabilità non può essere sostenuta nel lungo periodo. A mostrarlo è quello che è successo a piazza Tahrir nel 2011.

Non investendo energie in un processo di inclusione, il “nuovo” regime egiziano sta di fatto esasperando coloro che sono esclusi dalle dinamiche socio-politiche del paese: società civile, sindacati, islamisti e unioni studentesche.

Come già accaduto in passato, gli esclusi stanno cercando di riorganizzarsi in arene alternative, difficili da controllare e ostili nei confronti di quello che ritengono un regime illegittimo. Basta osservare i dati degli attacchi terroristici per capire che questi sono sempre più frequenti e non più limitati alla penisola del Sinai.

Anche se Al-Sisi usa questi dati per presentare l’Egitto come una nazione minacciata dalle cellule jihadiste alleate dell’autoproclamatosi “stato islamico”, il loro giuramento di fedeltà nei confronti del “califfo” è più funzionale ai lori scopi che reale.

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