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Shawkan e il fantasma della libertà

Se lo ricordano tutti, in Egitto, come il fotografo che anche all’interno del carcere finge, con le sue mani, di scattare fotogrammi. Come se non si fermasse mai. Come se la detenzione che per 5 anni lo ha allontanato dalla macchina fotografica e da luoghi ed eventi da fotografare non avesse fermato la sua attività. E in parte è stato così, perché in tutti questi lunghi anni, privato della sua libertà, Shawkan ( dichiarato da Amnesty International prigioniero di coscienza) ha fatto parlare di lui e del suo encomiabile lavoro. In carcere, dove era finito dopo aver fotografato in presa diretta la strage di Rabaa al-Adawya, ha anche ricevuto un premio datogli dall’Unesco.

“La scelta di Mahmoud Abu Zeid rende omaggio al suo coraggio, alla sua resistenza e al suo impegno per la libertà di espressione”, scriveva nel comunicato dall’Unesco, Maria Ressa, presidente della giuria, composta da diversi professionisti dei media.

E in un Egitto represso, oltre che depresso, questo è stato uno dei rarissimi messaggi di vicinanza ai quei ragazzi di piazza Tahrir ormai dimenticati dentro e fuori dal paese.

Le peripezie giudiziarie di Shawkan sono state svariate. Dopo 5 anni di detenzione preventiva, il procuratore ha chiesto anche la sua condanna a morte.

Alla fine Shawkan è stato rilasciato, anche qui con un percorso rocambolesco e solo in parte risolutivo. Perché per il prossimi sei anni … dovrà passare la notte in carcere. Dalle 18 alle 6. 12 ore, tutti i giorni.  Chi conosce l’Egitto capisce da solo che cosa vuol dire “rincasare entro le 18”. Tirarsi fuori da ogni scampolo di vita sociale, di strada, di comunità. Chissà che effetto gli farà rivedere la luce dopo tanto buio. Chissà che cosa fotograferà quando riprenderà in mano la sua macchina fotografica. Chissà su che volti sposterà la sua attenzione. E’ questo quello che ci stiamo chiedendo in questi giorni, curiosi nell’aspettare il suo ritorno. Ma oltre all’aspetto pubblico e professionale di questo fotogiornalista, viene da chiedersi come Shawkan, l’uomo, vivrà in questa ambivalenza. Con una zaino in spalla, con dentro il pigiama e lo spazzolino da denti. Con un libro…certamente non troppo esposto. Per 6 anni. Tutte le notti. Ancora in carcere, per 12 ore. Un uomo libero 7 giorni su 7 12 ore al giorno. Un recluso 7 giorni si 7, 12 ore al giorno. E’ il fantasma della reclusione che ogni 12 ore diventa reale quello che più mi colpisce. In queste condizioni è la sua libertà il vero fantasma.

 

 

 

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