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Libia: il dietro le quinte della Conferenza di Berlino

 

Ottimismo a Berlino, pessimismo sul campo a Tripoli e ambivalenza a Bengasi. Prova che la ripresa della diplomazia – che dall’inizio dell’operazione del generale Khalifa Haftar sulla capitale non trovava il modo di rimettersi in moto – da sola non fa miracoli. Lodevole però lo sforzo della Germania, entrata nella cabina di regia di un dossier – quello libico – che negli ultimi anni si sono contese Italia e Francia.

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha infatti avuto il merito di riunire attorno allo stesso tavolo tutti gli agenti stranieri coinvolti nella crisi in corso, alcuni dei quali (soprattutto Russia, Egitto, Emirati e Turchia) foraggiando di armi e mercenari i propri clienti hanno fomentato il conflitto. Ecco perché a Berlino – dove i libici non dovevano essere sulla lista degli invitati – il primo obiettivo era solo uno: fermare l’ingerenza straniera per mettere a tacere le armi.

Cessate il fuoco ed embargo sono i primi dei 55 punti dell’accordo firmato dai gotha della diplomazia internazionale. Non però dal generale Haftar e dal premier Fayez al-Serraj, i due belligeranti invitati in corsa d’opera a Berlino, dopo la tregua mediata da Russia e Turchia il 12 gennaio. Prima di rivelare ai giornalisti quanto convenuto, Merkel ha informato i due avversari. Per farlo ha dovuto pazientemente bussare alle porte delle due stanzette dove li aveva fatti accomodare, rispettando la loro volontà di stare a debita distanza l’uno dall’altro. Entrambi infatti temevano l’effetto che avrebbe sortito in patria una foto che li ritraesse insieme.

Merkel ha inoltre proposto loro di trasformare la tregua in un cessate il fuoco, ma i due hanno rifiutato di fare questo passo in avanti. Se avessero accettato – trapela dagli sherpa che hanno spianato la strada alla conferenza – a Berlino si sarebbe discusso anche di una missione Onu di monitoraggio e di peace-keeping, proposta dalla Germania e fortemente sostenuta dall’Italia. Ecco perché, calato il sipario su Berlino, la diplomazia si è messa al lavoro per sottoporre al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione vincolante sul cessate il fuoco.

Incontro intra-libico a Ginevra
Nell’accordo raggiunto a Berlino si ritrovano poi i tre pilastri che da sempre fanno parte del processo Onu: le riforme del settore della sicurezza che dovrebbero portare nascita di un esercito nazionale  – argomento di cui si discute ormai da anni in riunioni ospitate al Cairo -; quelle economiche – già a uno stadio avanzato grazie agli incontri che si tengono a Tunisi;  e la ripresa del processo politico. Questo dovrebbe iniziare con una riunione a Ginevra di 40 libici: 13 rappresentativi del governo di Tripoli; 13 dell’assemblea di Tobruk in Cirenaica e 14 indicati dall’Onu per rendere il più rappresentativo possibile il gruppo, ad esempio inserendo nomi di donne e di qualche rappresentante delle tante tribù, rimaste fino ad ora osservatrici passive dei tentativi diplomatici.

In Cirenaica non è ancora stato individuato chi inviare. Diversamente da quanto pensa l’Onu, il presidente dell’Assemblea di Tobruk, Aguila Saleh, crede che i 13 debbano essere selezionati tra i 50 parlamentari leali a lui e quindi ad Haftar, piuttosto che aprire a tutta l’Assemblea che include anche una fazione vicina ad al-Serraj che si è staccata, trasferendosi a Tripoli. L’incontro intra-libico che dovrebbe tenersi a Ginevra entro fine mese dovrebbe essere una versione ridotta di quello più ambizioso che si doveva tenere la scorsa primavera a Ghadames. Questo però deragliò, con l’inizio della marcia di Haftar su Tripoli.

L’obiettivo sembra tuttavia lo stesso: redigere una roadmap per individuare le tappe da seguire per rimettere in moto il percorso politico in stallo e arrivare alla formazione di un governo unitario che dovrà ricevere la fiducia del parlamento di Tobruk, un’assemblea sul piede di guerra con al-Serraj. Ecco perché il governo, temendo che questo dettaglio dell’accordo sancisse nei fatti il suo lento tramonto, a Berlino ha fatto lobby – invano – per togliere il richiamo a Tobruk.

Comitato militare congiunto 
Chi crede nella diplomazia sottolinea soprattutto un punto dell’accordo, contenuto in realtà nel piano operativo allegato, ovvero la creazione di un comitato militare congiunto, composto da 10 uomini i cui nomi sono stati già indicati ad Angela Merkel alla fine dei lavori di Berlino da al-Serraj – che ha incluso nella sua lista i generali di Tripoli, Misurata e Zintan – e da Haftar, che ha nominato anche il generale Hadiya, suo uomo di fiducia. Questi dovrebbero sia monitorare l’effettivo smantellamento delle milizie libiche previsto dall’accordo di Berlino, sia vigilare su quella tregua che la diplomazia spera di trasformare in un cessate il fuoco.

Chi dovesse tradire le promesse fatte a Berlino dovrebbe essere sanzionato, ma l’accordo non prevede alcun automatismo. Secondo diversi analisti quindi, anche i dieci membri del comitato militare potrebbero incontrarsi o meno. E, nella prima eventualità, potrebbero anche trasformare l’incontro in un nulla di fatto, restando a braccia conserte.

La difficoltà di trasformare le promesse di Berlino in fatti si scontra poi con un’altra lacuna dell’accordo che non fa alcun accenno al futuro dei mercenari mandati da Russia e Turchia rispettivamente a sostegno del generale Haftar e del premier al-Serraj; truppe fino ad ora indispensabili al primo per avanzare la sua aggressione e al secondo per non collassare. “Un passo alla volta” risponde Merkel, quando, in conferenza stampa, alziamo la mano per farlo notare.

Il nodo del petrolio
Che a Berlino la strada sarebbe stata tutta in salita lo si era già capito alla vigilia, quando prima di lasciare Bengasi per volare in Germania, il generale Haftar aveva ordinato la chiusura dei quattro pozzi petroliferi controllati dai suoi uomini, dai quali proviene il 50% del crudo libico. Una mossa per strangolare l’economia di Tripoli – che ne incassa proventi – e alzare la posta in gioco.

Non è la prima volta che Haftar accusa il governo internazionalmente riconosciuto di usare i guadagni petroliferi per finanziare operazioni militari contro il suo esercito. In passato ha anche accusato al-Serraj di non aver mai voluto sborsare una lira per ricompensare i suoi uomini (alcuni anche feriti) quando questi in passato hanno difeso i pozzi da attacchi come quello – nel 2018 – lanciato dal colonnello Ibrahim Jedran.

Sono bastati due giorni di chiusura dei pozzi per ridurre la produzione quotidiana di crudo da 1,2 milioni di barili a meno di 100. Haftar insomma ha voluto mostrare ai gotha della diplomazia internazionale che ha lui il controllo di gas e petrolio in Libia.  Qualsiasi soluzione politica del conflitto – secondo lui – deve quindi riconoscere l’equilibrio di potere sul campo. Qui è chiaramente il generale il favorito.

L’analisi è stata pubblicata su Affari internazionali.

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