Una finestra sul mondo arabo

L’eredità di Jamal Khashoggy

Abbiamo aspettato a scriverne fino ad ora perché eravamo certi che una cosa simile non sarebbe potuta essere vera. Troppo violenta, troppo grossolana, troppo assurda …. per un regime non certo democratico, ma astuto. Non ci credevamo anche perché questo terribile giallo è stato raccontato ripescando il copione della narrativa della guerra intrasunnita: Al-Jazeera vs Al-Arabya. Ma a 16 giorni dalla scomparsa di Jamal non possiamo fare altro che arrenderci all’assurdo.
E lo facciamo con estrema tristezza, perché la sua era da sempre una penna astuta e acuta. Nazionalista ma critica. E libera. Così libera che non poteva essere tollerata più neanche dalla famiglia reale per la quale lui aveva lavorato per decenni. Ce lo hanno descritto come un normale giornalista, ma Kashoggy era molto di più. Aveva lavorato per i servizi. Era stato consigliere dell’ambasciatore a Londra. Aveva lavorato al fianco del principe Turky al Faisal. E sua cugina Samira è una delle pioniere della letteratura femminile saudita. Chiunque conosce un minimo il Paese, Sto arrivando! che questo è un lusso che pochissimi donne potevano permettersi negli anni 50.
Lo avevamo sentito diverse volte. Sempre disponibile, sempre allegro, sempre generoso. Ieri su Radio1 abbiamo mandato in onda uno stralcio di una delle ultime chiacchierate, quando lui si era già auto-esiliato. Potete riascoltare la sua voce all’interno del Gr delle 13. Inizia a metà del minuto 15.
Quanto dice su Mbs non è nulla di dirompente, anzi in alcuni passaggi loda anche il coraggio del giovane principe ereditario. Però lancia un monito: “non chiamate quanto sta accadendo in Arabia Saudita processo democratico. Il regno si sta solo modernizzando dall’alto”. Una fotografia che immortala perfettamente la realtà di questo Paese che negli ultimi mesi è stato raccontato soprattutto per la sua facciata patinata e glamour. La scomparsa di Kashoggy fa ora tornare il total black che sembrava accantonato.

Qui potete trovare l’ultimo suo editoriale che doveva pubblicare sul Washington Post. Vale la pena leggerlo, perché sembra un testamento spirituale.

L’analisi di Khashoggi parte da un punto abbastanza doloroso: secondo il rapporto “Freedom in the World”, nel 2018 solo un Paese del mondo arabo è stato dichiarato libero: la Tunisia. Giordania, Marocco e Kuwait sono stati dichiarati parzialmente liberi. Il resto dei Paesi arabi sono classificati come “non liberi”. Ciò significa che gli arabi, non per colpa loro, non sono informati o sono male informati, e non possono analizzare e discutere liberamente dei loro problemi quotidiani. La narrazione voluta dallo Stato domina l’opinione pubblica e la maggior parte della popolazione è vittima di questa falsa narrativa.
Il giornalista vede nelle Primavere arabe del 2011 una grande occasione persa. E scrive che giornalisti, accademici e in generale la popolazione pensavano che le cose sarebbero cambiate, si sperava in una società libera, emancipata dall’oppressione dei governi e dalla censura. Le cose però non sono andate così . E la situazione, aggiunge Kashoggy, è rapidamente tornata uguale a come era prima, e spesso è peggiorata. I governi hanno quindi iniziato a censurare i media, arrestando i giornalisti (e qui fa l’esempio del suo amico Saleh al-Shehi, condannato a cinque anni di reclusione per aver criticato il regno saudita), chiudendo i media, imponendo un forte blocco di internet. Sono poche le eccezioni citate da Khashoggi: il governo del Qatar, ad esempio, continua supportare le notizie internazionali, in contrasto con le politiche dei suoi vicini che supportano il vecchio ordine arabo. Neanche in Tunisia, Kuwait e Libano (tradizionalmente la nazione araba con la più ampia libertà di espressione) i media sono totalmente liberi e trattano argomenti internazionali. Spesso si concentrano esclusivamente sui problemi interni.
Il mondo arabo – conclude Kashoggy – sta vivendo la sua versione della cortina di ferro, imposta dalle stesse forze che governano. Avremmo bisogno di una nostra versione dei vecchi media transnazionali, per poter essere informati su ciò che succede nel mondo. Più importante, dobbiamo creare una piattaforma per le voci arabe. Soffriamo la povertà, mala amministrazione e bassa educazione. Creando un forum globale, indipendente dai governi nazionalisti che diffondono l’odio attraverso la propaganda, la gente ordinaria potrà capire autonomamente i problemi della propria società.

Inutile dirlo, la sua penna, ma ancor più la sua voce…ci mancheranno.

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