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Il nodo del Sinai: un problema egiziano e regionale

Il terremoto politico che da metà agosto è tornato a scuotere il Cairo si è propagato in fretta nella penisola del Sinai: nell’ultimo episodio violento, il 19 agosto, sono morti venticinque poliziotti egiziani. A bordo di due blindati, gli agenti giustiziati a freddo da milizie islamiste provenivano da Rafah, il valico al confine con la Striscia di Gaza all’interno della quale i sostenitori del movimento di resistenza palestinese Hamas protestano da settimane contro la deposizione militare dell’ex presidente egiziano Mohammed Morsi.

Il Sinai è teatro di attacchi di questo tipo dal giorno della deposizione. Dal 3 luglio al 19 agosto, una cinquantina di agenti della sicurezza aveva già perso la vita su questo triangolo di terra, dove l’esercito ha dichiarato da parte sua di aver ucciso circa 70 “terroristi”.

La penisola che continua ad attrarre i turisti italiani è da anni uno Stato nello Stato, ma la situazione è peggiorata dopo la caduta di Hosni Mubarak.

Già nell’agosto 2011, a seguito di un attacco a sedici poliziotti, il governo egiziano aveva approvato un’operazione militare su larga scala nel tentativo di ristabilire l’ordine. Per la prima volta, dai tempi della guerra del ’67 contro Israele, l’esercito egiziano decise un massiccio schieramento di soldati e di attrezzature pesanti nella penisola. La campagna – chiamata Operation Eagle – ha però ottenuto risultati deludenti e non è riuscita a risolvere problemi che hanno radici profonde nella storia contemporanea di questo triangolo di terra centrale per la sicurezza regionale.

Un Sinai stabile potrebbe creare un terreno fertile per una maggior cooperazione tra Tel Aviv, Cairo, Ramallah e Gaza. Al contrario, la violenza che non accenna a calmarsi rischia però di trascinare gli attori regionali in un vortice sempre più profondo.

I problemi che affliggono la Penisola non sono né nuovi né un prodotto diretto della rivoluzione egiziana del 2011.

Il conflitto tra la (scarsa) popolazione beduina locale e il governo centrale del Cairo è di lunga data e si concentra soprattutto su rivendicazioni di maggior inclusione nella vita politica del Paese. A queste si sommano le richieste di lavoro e sviluppo economico che, storicamente, non sono state prese in considerazione dal governo del Cairo.

Né il regime del deposto presidente Hosni Mubarak, né quanti lo hanno sostituito si sono sforzati per ridurre l’emarginazione della popolazione beduina dalle dinamiche politiche nazionali. Gran parte della penisola, liberata dall’occupazione israeliana nell’82, è ancora priva di infrastrutture. Questo deserto è diventato poi un triangolo di attività illegali che vanno dal traffico di droga, esseri umani e organi, al contrabbando di armi. Il Sinai si è inoltre trasformato in un rifugio per cellule jihadiste che gestiscono da questo deserto le loro attività, non sempre connesse con la guerra israelo-palestinese e il conflitto inter-palestinese. Si sono registrati frequenti attacchi al gasdotto che attraversa la Penisola per portare in Israele, e poi in Giordania, gas egiziano.

Già Mubarak, negli anni Novanta, aveva dato battaglia a queste reti estremiste, ma la sua lotta all’Islam politico ha aggravato il malcontento della popolazione locale. Tra il 2004 e nel 2005, il vecchio regime aveva arrestato più di 2500 persone nel tentativo di indebolire cellule salafite e jihadiste attive nella Penisola.

La risoluzione delle dinamiche conflittuali interne non è però sufficiente a garantire la stabilizzazione del Sinai. Questa infatti necessita della cooperazione delle diverse fazioni palestinesi e di Israele. L’escalation di violenza degli ultimi due anni ha infatti rimesso al centro della discussione gli accordi di demilitarizzazione del Sinai previsti dal trattato di pace firmato tra Egitto e stato ebraico nel ’79. In tale ottica, non è quindi da escludere una riconfigurazione (in termini soprattutto di attrezzature, più che di numeri) delle forze impegnate nel Sinai.

L’articolo termina su Aspenia On line, dove è stato pubblicato

 

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