I libri

Fuga dall’Egitto. Inchiesta sulla diaspora del dopo golpe (Infinito 2019)

A otto anni dalla rivoluzione del gennaio 2011, la popolazione egiziana è sottoposta a un attacco senza precedenti alla libertà d’espressione. “Durante quella rivoluzione – si legge nel testo della campagna “Egitto: una prigione a cielo aperto per chi esprime critiche”, promossa da Amnesty International – erano decine di migliaia le persone che protestavano per chiedere maggiore protezione per i diritti umani”; oggi chi manifesta pacificamente il proprio dissenso nei confronti della presidenza di Abdelfattah al-Sisi, mette gravemente a repentaglio la propria vita e quella dei propri familiari.

“Mai come oggi, nella storia recente del Paese, è così tanto pericoloso criticare apertamente il governo. Sotto la presidenza di al-Sisi c’è stato un attacco senza precedenti nei confronti di chi ha espresso le proprie idee e che per questo è stato trattato alla stregua di un terrorista”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne di Amnesty International sull’Africa del Nord.

Nel corso del 2018 almeno 113 persone sono state arrestate con l’accusa di aver espresso in modo pacifico le loro opinioni. Molte di loro sono state trattenute in carcere per mesi e poi portate in giudizio, anche davanti alla corte marziale, con le accuse di “militanza in gruppi terroristici” e “diffusione di notizie false”.

La repressione in corso ha spinto molti a scappare dal Paese, preferendo l’esilio. Come racconta la giornalista Azzurra Meringolo Scarfoglio in “Fuga dall’Egitto, Inchiesta sulla diaspora del dopo-golpe” (Infinito edizioni, 15,00 Euro), in libreria dal prossimo 14 febbraio, sono centinaia i giornalisti, sindacalisti, artisti, medici, poeti, politici e attivisti per i diritti umani costretti a mettersi in salvo fuggendo dal loro Paese quando, dopo il golpe dell’estate del 2013, i militari sono tornati al potere.

I nuovi esuli egiziani sono dispersi nel mondo per sfuggire al carcere, a sommari processi di massa, a tentativi di cooptazione, alla censura di chi non voleva che raccontassero – ad esempio – dettagli scomodi sulla tragica fine di Giulio Regeni. Per alcuni l’esilio è arrivato dopo lunghi periodi di detenzione, segnati da torture fisiche e psicologiche.

Dalla diaspora raccontano il viaggio con il quale è iniziato il loro esilio, spesso una fuga improvvisa che li ha resi parte di quella che alcuni storici hanno già definito la più importante ondata migratoria nella storia dell’Egitto contemporaneo. E tra gli esuli che sognano di tornare in patria nasce anche una nuova intellighenzia, che lavora per quando in Egitto tornerà la libertà.

“Azzurra Meringolo con questa panoramica umana sugli esuli da un Paese governato da una dittatura ci sollecita a non lasciare nel dimenticatoio donne, uomini e processi che non abbandonano il campo a seguito di una sconfitta, ma la metabolizzano e riprendono il cammino con altre modalità, ma con lo stesso orizzonte ideale”. (Moni Ovadia)

“L’Egitto è considerato da molti Paesi occidentali un partner chiave nella lotta al terrorismo a livello regionale e questa è la giustificazione usata per rifornirlo di armi, software di sorveglianza e altro materiale, nonostante le prove che dimostrano il loro utilizzo per commettere gravi violazioni dei diritti umani”. (Riccardo Noury)

 

 

Il Sogno antiamericano. Viaggio nella storia dell’opposizione araba agli Stati Uniti (Clueb 2017)

copertina per blog

Compera qui il libro online.

È possibile scrivere qualcosa di nuovo su un tema – l’antiamericanismo arabo – ripetutamente visitato dalla pubblicistica internazionale? Questo libro risponde di sì, e lo fa grazie ad un’analisi rigorosa, ma mai fredda, condotta lungo una serie di registri che combinano un solido impianto intellettuale con la capacità di ascoltare e il gusto degli incontri con persone reali. Quello che ci viene proposto è un percorso attraverso le complessità, e le conflittualità, del Medio Oriente contemporaneo in cui l’antiamericanismo costituisce uno dei possibili fili conduttori che permettono di avvicinarsi ad un’interpretazione globale.

L’antiamericanismo arabo, in questa visione molto lucida e originale, è sia intellettuale che popolare, sia conservatore (e talora reazionario) che rivoluzionario, sia basato su ragioni oggettive che strumentale e pretestuoso, sia razionale che fondato su allucinate teorie cospirative.

Dalla prefazione dell’ambasciatore Roberto Toscano:

Dalle pagine di questo libro emerge un fenomeno complesso, profondo, radicato. Un fenomeno da prendere sul serio, anche se non manca, nel variegato percorso del libro, una componente grottesca, quella delle teorie cospirative più demenziali, una componente che Meringolo illustra anche con la pubblicazione di vignette e manifesti. In questa dimensione l’America non viene criticata per quello che in effetti è e in effetti fa, ma come una specie di onnipotente divinità negativa, responsabile di tutti i mali del mondo, dall’11 settembre alla creazione di Daesh. In buona compagnia del suo socio minore, Israele, che in alcune pubblicazioni egiziane viene descritto come burattinaio sia di Saddam che di Bin Laden.
Va detto però che – nel tempo dell’impazzare su internet, ovunque ma soprattutto in America, di teorie cospirative (Obama musulmano; la collaboratrice di Hillary Clinton Huma Abedin talpa dei Fratelli Musulmani alla Casa Bianca), di post-verità e fatti alternativi – gli arabi sono tutt’altro che soli.

E il futuro? Fin dalle prime battute la presidenza Trump si è caratterizzata per una esplicita e ostentata islamofobia (versione estrema di una xenofobia a 360 gradi), di cui sono campioni da tempi non sospetti vari dei personaggi che con Trump hanno fatto il loro ingresso nelle stanze del potere a Washington.
Contro il rispetto di Obama, il disprezzo di Trump. Contro l’offerta di dialogo, un bando all’ingresso negli Stati Uniti che non ha alcun legame con la minaccia terrorista ma ha un’evidente connotazione islamofobica. Certo, nella scelta dei paesi i cui cittadini vanno tenuti lontani dal territorio americano Trump ha avuto un occhio di riguardo per paesi che considera alleati da esentare dai controlli anche se oggettivamente sono i più critici dal punto di vista della minaccia terrorista, Arabia Saudita ed Egitto (cui possiamo aggiungere il Pakistan), e gli organi di informazione sauditi salutano con entusiasmo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca in sostituzione di Obama, colpevole di avere raggiunto un’intesa con l’Iran sulla questione nucleare. Si può essere islamofobi e filosauditi? Nel bizzarro mondo del trumpismo forse si, come del resto nell’attuale amministrazione si può essere nello stesso tempo antisemiti e filoisraeliani.
Resta da vedere fino a che punto questo “filoamericanismo di regime” possa davvero scalfire, sia in Arabia Saudita che in Egitto, il radicato antiamericanismo a livello sia del popolo che degli ambienti intellettuali.
L’antiamericanismo arabo promette di avere una lunga vita, ed è quindi da escludere che il bel libro di Azzurra Meringolo rischi di diventare obsoleto, come invece accade di frequente, negli ultimi tempi, a molti testi che si azzardano a fotografare una situazione internazionale che invece andrebbe unicamente filmata.

I ragazzi di piazza Tahrir (Clueb 2011)

libro_azzurrameringolo

COMPRA IL LIBRO ON-LINE:

[wp_cart:libro – i ragazzi di piazza tahrir:price:9.00:end]

Compera qua il libro “i ragazzi di piazza tahrir”

Quando Azzurra Meringolo arriva al Cairo non può lontanamente immaginare che la piazza che si trova a osservare da turista – Midan al-Tahrir – solo cinque mesi più tardi sarà la roccaforte della rivoluzione egiziana. In Egitto per la sua tesi di dottorato, giorno dopo giorno si accorge che le cose stanno cambiando, che la popolazione è pronta all’azione. Entra in contatto con i giovani rivoluzionari, li incontra, li ascolta, sta con loro in piazza, ne condivide paure e speranze.

Diversi sono gli aspetti che hanno caratterizzato la rivoluzione egiziana. Primo fra tutti l’apporto dato dal web, che ha permesso alla gente di incontrarsi nell’agorà virtuale per confrontarsi, dialogare, pianificare e organizzare azioni. Il diffondersi dei social network ha poi reso la comunicazione ancora più rapida ed è così che gli amici tunisini sono riusciti a far arrivare i loro consigli tramite Twitter  – “Mettetevi della Coca Cola sulla faccia, aiuta a sopportare i lacrimogeni” – pochi giorni prima che il regime rendesse impossibile l’accesso al social network: il tag #25Jan stava diventando troppo fastidioso.

Certo è che i giovani rivoluzionari del web sono stati poi capaci di scendere in piazza e di portarci tutti coloro che dal web erano lontani, ma che in passato avevano manifestato contro il faraone. “Potevamo essere solo un piccolo pezzo di legno grande come un fiammifero che può però bastare per accendere un fuoco – racconta Wael Abbas – senza persone pronte a scaldare le strade, noi però non potevamo fare niente. Senza benzina o del materiale da bruciare, questo fiammifero si sarebbe spento in fretta”.

 

E che dire della presenza femminile, delle tantissime donne senza velo o con l’hijab in tinta col tricolore egiziano, struccate o con una riga di kajal attorno agli occhi? Sono diverse tra loro, ma unite dal coraggio, dalla voglia, dall’urgenza di partecipare alla battaglia. Più volte le donne hanno composto catene umane per controllare gli ingressi e proteggere la piazza: guardano nelle borse, controllano i documenti, offrono un biscotto o una tazza di tè ai nuovi arrivati: “Qui dentro  troverai l’Egitto che vogliamo”.

L’autrice ci racconta i protagonisti di piazza Tahrir sotto diversi punti di vista, fondamentali per comprendere a fondo cosa è stata la rivoluzione egiziana. Ci stupisce quando dice che l’aspetto religioso, tanto tenuto sotto osservazione da un Occidente spaventato da una possibile rivoluzione islamica, ha creato qualche problema a questi ragazzi, musulmani e copti che dalle loro guide religiose si sentono ordinare di non scendere in piazza. I ragazzi scelgono di stare coi rivoluzionari, disubbidiscono col rischio di essere bollati come infedeli perché sentono che è giusto così, perché capiscono che devono essere uniti  e partecipare attivamente. Ci spiega che anche la satira ha fatto la sua parte. Nel lato sud di Midan al-Tahrir c’era l’angolo delle barzellette: fogli pieni di calligrafie diverse con in alto un cartello che recitava “Vieni a ridere contro il regime, la tua battuta può essere quella decisiva”.  La satira va dritta al cuore del nemico, ne colpisce l’autorità, dà coraggio.

I ragazzi di piazza Tahrir è un libro indispensabile per chi vuole realmente comprendere ciò che è stata la rivoluzione egiziana: senza l’obiettivo di spiegarcela nel dettaglio, l’autrice riesce a farci vedere questi ribelli da molto vicino, rendendoci familiari le loro motivazioni  e i loro sogni per un futuro di libertà.

Licia Lanza per Libri Consigliati

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*

*