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Gli esiliati che accendono una piccola ma inattesa fiammata

Cucù. Le centinaia di egiziani che tra il Cairo, Alessandria e Suez hanno trovato il coraggio ( e ne serve tanto…visti i rischi) di manifestare contro il presidente Al-Sisi sembrano irrompere sulle Tv di mezzo mondo ( le nostre appartengono all’altra metà di mondo ) per provare l’esistenza, la resistenza e la resilienza dell’attivismo egiziano. Sono una prova vivente della fame -continua e costante,  anche quando le telecamere di tutto il mondo sono girate altrove – di giustizia sociale/ prima che politica che divora lo stomaco delle fasce più giovani della popolazione egiziana. Basta guardarli in faccia, sono tutti giovanissimi. E non sono gli stessi che scesero in strada a Tahrir nel 2011. Quella rivoluzione, e il golpe che ne seguì, li guardarono su Facebook e impararono slogan che 8 anni dopo scandiscono identicamente.

Sono lontanissime le marce milionarie dell’epoca, ma le manifestazioni di venerdì appaiono come un sasso buttato nell’acqua … che tutti guardano con attenzione per quantificare i cerchi concentrici che formerà. La risposta non ce l’ha nessuno e diffidiamo da qualsiasi previsione … perché solo il tempo (scandito dal trascorrere dei venerdì) e la risposta del regime ( si vocifera che Al-Sisi ora a New York possa rientrare prima del previsto) ci daranno una risposta.

Nell’attesa non ci resta che condividere qualche considerazione sorta in ordine sparso osservando ( ovviamente non sulla tv egiziana) gli eventi accaduti.

La chiamata alla strada è arrivata da questo attore/ contractor nel settore della costruzione edilizia ( settore saldamente in mano ai militari) che dopo aver fatto affari agendo all’interno di questo sistema corrotto, ha deciso di denunciarne la corruzione, iniziando una campagna virtuale e virale contro Al-Sisi, tramite video You Tube particolarmente efficaci viste le spiccate doti artistiche dell’attore.  Catalizzatore di queste proteste un nuovo hashtag dal sapore antico …. Ancora una volta, è la parola Abbastanza quella che riassume il malcontento generale, ovvero la stessa parola che circa 5 anni prima della rivoluzione di piazza Tahrir aveva dato il nome al primo movimento che ha cercato di scuotere il regime, allora impersonificato da Hosni Mubarak.

Questa volta, il primo a dire “ne abbiamo abbastanza” è stato un egiziano lontano dal Nilo, fuori dall’Egitto. Dalla Spagna, dove questo attore si è “autoesiliato” portando con sé i suoi figli e dove – dice lui- sarebbe ora rincorso da uomini egiziani leali al regime che vorrebbero se non altro neutralizzarlo. Va preso tutto con le pinze e il condizionale è d’obbligo, ma il fatto che sia stata la voce di un esiliato politico … la miccia che ha riacceso l’attivismo di strada la dice lunga su questa categoria, ormai un attore politico formato da persone che dopo aver preso la difficile decisione politica e personale di scappare dalla propria terra dopo il golpe del 2013 … hanno preso ( non tutti, ma molti) la successiva decisione di non rinunciare al loro attivismo, ma di continuare a punzecchiare il regime dall’esterno, per indebolirne l’immagine. Mentre al Cairo, sui murales che hanno raccontato la storia della rivoluzione sono state date mani di bianco, o sono stati appesi cartelloni a sostegno di Al-Sisi, fuori dall’Egitto c’è chi giorno dopo giorno ha cercato di mettere in evidenza i lati oscuri di quel regime ufficialmente esaltato lungo il Nilo. Basta pensare alle 17 organizzazioni non governative che hanno scritto questa lettera all’Unione Europea per denunciare la repressione interna al paese in vista  del Consiglio Onu diritti Umani del prossimo novembre, quando l’Egitto dovrà affrontare la revisione periodica universale. Scorretto dire che quello che è successo venerdì sia spuntato dal nulla. Sono anni che gli esuli ragionano, si organizzano, scrivono petizioni che hanno successo su siti improvvisamente oscurati e arrivano a firmare manifesti politici a  più mani, residenti su sponde diverse del Mediterraneo.

Ci abbiamo scritto un libro, nel quale evidenziamo anche i rischi che corrono questi esuli. La prova in questi giorni arriva da Wael Ghonim, protagonista numero 1 di piazza Tahrir 2011 che dopo anni di silenzio è ricomparso dagli stati Uniti per denunciare la repressione lungo il Nilo. Ora il fratello – residente al Cairo e a debita distanza dalla politica- è stato arrestato. Una ripercussione, dice Wael, causata dal suo rifiuto ad obbedire al consiglio dei funzionari dell’ambasciata egiziana di Washington che lo avrebbero invitato a tapparsi la bocca. C’è quindi da prevedere che non avranno vita facile questi cervelli in fuga, che quasi sempre hanno ancora buona parte della famiglia lungo il Nilo.

C’è un particolare degli eventi di venerdì che non torna. Ovviamente il regime sapeva bene quello che stava succedendo sul web. Sono lontani i tempi in cui l’arena virtuale è una zona sicura per gli attivisti egiziani. Eppure per le strade del Cairo la polizia non è scesa preventivamente, ma solo per successivi arresti. Possibile che la polizia avesse scommesso sull’apatia della gente …  a lungo sopita dallo spavento della scesa in strada. Ma possibile anche che qualche frangia del complesso apparto di sicurezza nazionale (composto da diversi organi) non sia poi così contraria a delle manifestazioni contro Al-Sisi, che ha messo mano anche alla struttura interna di questo settore (basti pensare che suo figlio è diventato un membro di rilievo dei servizi di intelligence ) pestando molti piedi e scontentando diversi ufficiali. 

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