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Egitto: Morsi, morte annunciata del presidente deposto

È stata la cronaca di una morte annunciata, quella dell’ex presidente islamista egiziano Mohamed Morsi, il primo e anche l’unico capo di Stato eletto democraticamente lungo il Nilo egiziano in una votazione – anch’essa l’unica che possa definirsi tale– che aveva dato legittimità alla rivoluzione di piazza Tahrir, poi tradita in meno di tre anni. Una morte annunciata non solo perché il carcere – anzi meglio la prigione- dello Scorpione è da tutti conosciuto in Egitto come quello creato appositamente per non fare uscire vivo chi vi entra, ma anche perché da anni erano ormai croniche le denunce di quanti – dentro e fuori dal Paese – accusavano le istituzioni egiziane di non garantire le necessarie cure sanitarie all’ex capo di Stato ( solo uno degli oltre 60 mila prigionieri politici che ricevono trattamenti simili), le cui condizioni di salute ( diabete e malattia al fegato) sono degenerate giorno dopo giorno.

Dopo l’allarme mandato dai familiari – che sono stati autorizzati a vederlo solo tre volte durante la sua detenzione durata sei anni– lo scorso anno anche una commissione di avvocati e deputati conservatori britannici aveva pubblicamente denunciato l’inadeguatezza delle cure ricevute da Morsi, sulle quali ha pesato anche l’isolamento forzato impostogli per 23 ore al giorno.

È per questo che pochi sono stati realmente colti di sorpresa da questa morte teatrale, avvenuta  in un’aula di tribunale che alcuni – dall’estero- hanno descritto come la scena di un delitto perfetto, firmato dal sommario sistema giudiziario egiziano.  Una scena quasi ignorata dai media lealisti ( quasi tutti quelli che hanno campo libero in Egitto) che ne hanno dato notizia solo nelle pagine interne e a doppia cifra, senza menzionare che in queste lunghe sessioni processuali agli imputati non viene neanche somministrata la terapia medica prescritta.

I processi agli ex, cartina di tornasole della restaurazione
Prima di essere colto dal lancinante infarto, nella sua gabbia insonorizzata Morsi stava rivendicando – come sempre faceva come gesto di resistenza – di essere l’unico presidente legittimo del Paese, visto che proprio sette anni prima – il 17 giugno 2012 – aveva vinto con scarso margine il ballottaggio contro Ahmed Shafiq, l’ultimo premier di Hosni Mubarak, l’impresentabile gattopardo del regime che allora – ingenuamente – gli egiziani comuni pensavano essersi lasciati definitivamente alle spalle.

Una delle tante cartine tornasole della restaurazione in corso è stata proprio lo svolgimento dei processi ai due ex presidenti. Mentre Morsi ha fatto la fine narrata, seguita da un mesto funerale e dalla sepoltura in un luogo lontano dal villaggio natale dove lui voleva riposare,  all’ex dittatore Hosni Mubarak, che ha testimoniato anche in un processo contro Morsi, sono stati concessi in fretta gli arresti domiciliari nella sua lussuosa villa di Sharm al-Sheikh. E tutto fa pensare che – a tempo debito – ci saranno molti pronti a celebrarlo.

Il tutto sotto gli occhi di quello che si appresta a essere il nuovo Faraone, Abdel Fattah Al-Sisi. L’ex generale divenne ministro della Difesa proprio grazie al presidente Morsi, ma non ci mise neanche un anno a sfilargli la poltrona, autoproclamandosi nuovo raìs. Fino a qualche giorno prima del golpe del 2013, Morsi dichiarò davanti ai microfoni di fidarsi di lui. Del resto era da un anno che Morsi cercava di diventare l’uomo del compromesso con quei militari senza i quali, ieri come oggi, nessuno  può governare il Paese.

All’indomani della morte di Morsi, anche la commissione Diritti Umani dell’Onu ha sollevato dubbi sull’appropriatezza delle cure ricevute da Morsi in detenzione, chiedendo un’inchiesta indipendente (e quindi internazionale) per fare luce sulla morte di un prigioniero politico. Fantasioso e ingenuo – e noi italiani sappiamo più di altri il perché – pensare però che l’Egitto possa accettare una proposta simile. E infatti tale proposta è stata rimandata immediatamente al mittente, al quale le istituzioni egiziane hanno chiesto di non politicizzare il caso di una morte definita sbrigativamente naturale.

La fratellanza musulmana senza Morsi
Ingenuo anche pensare che gli egiziani sparsi per il mondo rispondano all’appello partito dalla Turchia di Erdogan, che dal 2013 protegge gli islamisti in fuga dal Cairo, a manifestare davanti alle ambasciate egiziane sparse per il mondo. Inutile aspettarsi folle, non solo perché esporsi davanti alle sedi diplomatiche egiziane è pericoloso – anche solo ad esempio per chi sta aspettando il rinnovo di quel passaporto che tarda ad arrivare -, ma anche perché Morsi, pur essendo il personaggio che meglio identifica la repressione golpista, non è mai stato un leader politico o spirituale di peso dentro la Fratellanza.

Storicamente, nessuno potrà disconoscere a Morsi il merito di avere dato legittimità istituzionale alla Fratellanza, che tornando ad operare alla luce del sole ha fondato un partito in grado di incassare il bottino della Rivoluzione del 2011. Ciononostante, Morsi è rimasto per tutti – dentro e fuori la Confraternita – una ruota di scorta, l’uomo che è diventato presidente solo perché il predestinato – Khater Al-Shater – venne escluso prima dell’inizio della gara e perché l’islamista più moderato Abdel Monei Abou al Fothou aveva già divorziato dalla Confraternita. Conservatore, ma pragmatico, soprattutto grazie al lungo periodo di studi negli Stati Uniti, Morsi divenne il candidato di ripiego, una figura di compromesso che poteva sporcarsi le mani cercando un accordo con i militari.

La sua uscita di scena non crea alcun vuoto nella struttura della Fratellanza Musulmana.  Da quando, nell’agosto 2013, è stato represso con la forza il sit in di piazza Rabaa al Adawiya, tra fughe e arresti la Confraternita è stata decimata e frantumata. Tornando alla storica clandestinità, gli islamisti si sono però riorganizzati, con tanto di elezioni interne che hanno tenuto conto del murshid (la guida suprema Mohammed Badie) con diversi ergastoli sulle spalle, dei pochi membri attivi ancora a piede libero dentro il Paese e dei tantissimi fuggiti all’estero alla ricerca di una nuova vita.

La morte di Morsi rappresenta però l’ennesima pietra tombale della rivoluzione di piazza Tahrir. In primis per le modalità nelle quali è arrivata, dinamiche che mostrano ancora una volta al mondo intero le continue violazioni di diritti umani all’interno del Paese e le inumane condizioni delle carceri.

Con la morte di Morsi, sparisce non solo il soggetto istituzionale che meglio ha rappresentato la parabola della restaurazione, ma anche l’unico che è stato legittimato dal popolo a intentare l’arduo processo democratico egiziano. Un uomo che da presidente però non è mai stato un paladino dei valori rivoluzionari, quanto piuttosto un politico che ha replicato le vecchie dinamiche di potere.  La sua morte – e le circostanze nelle quali è avvenuta – rischia ora di trasformarlo nell’eroe martire che non è stato da vivo. Una pietra tombale, non l’ultima però. Un’altra potrebbe arrivare quando a morire sarà il suo predecessore, il vecchio dittatore.

( questo articolo è stato pubblicato su Affarinternazionali con la firma di Viola Siepelunga)

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