E ancora una volta, ormai perdiamo il conto, #FreeAlaa

Giornata nera per la storia egiziana il 28 novembre 2013. E’ iniziata con l’arresto di un gruppo di sorelle musulmane condannate a 11 e 15 anni di carcere per aver distribuito volantini a sostegno di una manifestazione pro Mursi. I giornali italiani tacciono, Radio 3 mondo se ne è ricordata. Qui potete ritrovare la rassegna stampa di ieri che ne parla, come la trasmissione delle 11 con noi.

La giornata è continuata con la morte di Mohammed Reda Ismail, uno studente dell’università del Cairo. Protestava contro la nuova legge sulle manifestazioni.

L’epilogo è stato forse il segno più allarmante. Il “piccolo evento” che misura la temperatura di un paese che sembra avere la febbre a 40. Ieri sera più di 20 poliziotti hanno fatto irruzione nella casa di Alaa Abdel Fattah, aka @alaa, per arrestarlo ( inutile rifarvi la storia, di lui abbiamo parlato da sempre). Per la cronaca potete seguire il nostro racconto su Twitter, quello della moglie @manal ( che si è presa la sua parte di botte) e della sorella @monasosh, arrestata e violentata dai militari martedì sera dopo aver organizzato la manifestazione contro i tribunali militari. Per fortuna che il piccolo Khaled, nato mentre il papà era stato sbattuto in carcere dall’esercito nel 2011, stava dormendo ( ricordiamo che @Alaa frequentò il carcere anche nel 2006, sotto Mubarak, e anche durante il periodo islamista).

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@Alaa è stato arrestato in piena notte, anche se il 27 aveva annunciato che sabato si sarebbe costituito. Lo aveva fatto con una dichiarazione pubblica su Facebook. Dichiarazione che Paola Caridi definisce politica, sferzante, il cui stesso titolo dice molto anche del contenuto: “Un’accusa che non smentisco e un onore che non rivendico”.

@AlaskaRp ne ha messo online una traduzione in italiano, grazie

Qui solo un estratto:

Perciò, nonostante i seguenti fatti:

Che io non riconosco la legge anti-manifestazioni che la gente ha demolito con la stessa prontezza con cui ha demolito il monumento ai massacri del’esercito.

Che la legittimità dell’attuale regime è crollata con la prima goccia di sangue versata davanti al Club della Guardia Repubblicana.

Che qualunque possibilità di salvarne la legittimità è svanita quando i quattro reggenti (Sisi, Beblawi, Ibrahim and Mansour) hanno commesso dei crimini di guerra durante lo sgombero del sit-in di Rabaa.

Che l’ufficio della Pubblica Procura abbia dimostrato una crassa sottomissione quando ha fornito la copertura legale per la più ampia campagna di detenzione amministrativa indiscriminata nella nostra storia moderna, chiudendo in carcere giovani donne, feriti, anziani e minori, usando come prove contro di loro palloncini e magliette.

Che la corruzione evidente nell’apparato giudiziario si veda nelle sentenze eccessive contro studenti il cui unico crimine è stata la rabbia davanti all’assassinio dei loro compagni, messe accanto alle condanne leggere e ai proscioglimenti per gli assassini in uniforme di quegli stessi giovani.
Nonostante tutto questo, ho deciso di fare quello che ho sempre fatto e di consegnarmi alla Pubblica Accusa.

Non nego l’accusa che mi viene rivolta – sebbene non possa reclamare per me stesso l’onore di aver portato le persone per le strade a sfidare i tentativi di legittimare un ritorno allo stato di Mubarak.

E così, in modo da non lasciare ai cani rabbiosi alcuna scusa, ho ufficialmente informato l’ufficio del Procuratore per telegramma (numero 96/381 con data di oggi), e per lettera (consegnata a mano all’ufficio della Pubblica Procura e registrata col numero 17138 del 2013), così come ho informato il Procuratore Generale di Cairo Centro (telegramma numero 96/382) della mia intenzione di consegnarmi sabato 30 novembre a mezzogiorno alla Procura presso l’ufficio di Qasr el Nil.

Al momento non sappiamo dirvi ove si trovi @Alaa, ma fuori dalle scomode macchine fotografiche che qui si vogliono far tenere spente.Diversamente dalle altre volte, adesso la polizia sembra esserci andata ancora più pesante, segno che la voce di @Alaa fa ancora più paura a questa dirigenza alle prese con l’ennesimo giro di boa e di vite …
@Alaa è sempre entrato nell’obiettivo di chi ha voluto imporre la propria voce su quella dei rivoluzionari, anche quando, nel 2006, questi non li conosceva ancora nessuno.
Ora, mentre il paese vuole mostrarsi stabile tranquillo e pacifico, @Alaa è scomodo perchè denuncia la violenza contro i Fratelli Musulmani, non si fa abbindolare dalla Sisimania che proclama il general sisi salvatore della patria e punta il dito contro quei militari che vogliono ingabbiare i manifestanti, costringendoli alle regole del gioco del decenni precedenti al 2011 e al rischio di incappare in tribunali militari che saranno inseriti anche nella nuova costituzione ormai pronta.
La voce di @Alaa è stonata, cozza con quasi tutti i racconti di quei giornalisti che parlano di guerra al terrorismo.

Nella rete, qualcosa inizia ora a muoversi. Ci sono quei segnali che la Sisimania è una bolla destinata a scoppiare, prima o poi. Vedremo…

Piena solidarietà a @Alaa, alla sua famiglia da sempre nelle prime fila della lotta per la democrazia e per la piena libertà di espressione.
La campagna #FreeAlaa l’abbiamo sostenuta prima e lo facciamo con voce ancora più convinta ora. Perchè riteniamo che sia un dovere parlarne, anche quando l’Egitto “non tira”, e tutto congiura perchè i riflettori si spengano, lasciando libertà di azione a chi vuole approfittare di non essere osservato per portare a compimento i suoi piani.

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