slider,  Una finestra sul mondo arabo

Con Gilles Kepel al Festival Letteratura di Mantova

E’ stato un fine settimana in cui abbiamo fatto scorta, quello trascorso al Festival della letteratura di Mantova. Scorta di buoni ingredienti da impastare durante l’anno con entusiasmo. E scorta anche di quell’ottimismo che si va perdendo stando troppo sulle piazze virtuali e poco su quelle reali. Perché le centinaia di persone radunate attorno a un libro nei diversi luoghi scenografici di Mantova fanno pensare che c’è una Italia bella, molto bella. Che studia, che si appassiona, che sogna e che viaggia aprendo un libro. Il momento centrale per noi, il dibattito con l’orientalista e arabista Gilles Kepel, che a Mantova ha presentato per la prima volta in Italia il suo ultimo libro, “Uscire dal Caos. Le crisi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente” ( Raffaello Cortina Editore). E’ stato interessante discuterci di persona dopo aver letto quasi tutto quello che ha scritto negli anni precedenti. Qui la sintesi, fatta dal Festival. Dicono che abbiamo viaggiato stati tra Islam e Occidente in punta di piedi.

 

Quattro decenni di ricerche sul mondo arabo e islamico ed esperienze sul campo fanno di Gilles Kepel voce autorevole e punto di riferimento per la comprensione degli sconvolgimenti politici di Medio Oriente e Nord Africa degli ultimi decenni. Il peso specifico di queste tematiche schiaccia, gli interrogativi prolificano, generando una spirale che corre indietro nel tempo e penetra il fitto intreccio tra Europa, Russa, USA e Islam. Kepel e Azzurra Meringolo, tuttavia, realizzano con il pubblico un dialogo avvincente, lucido e frizzante.

Kepel racconta inizialmente come l’Europa sia un tassello cruciale sulla mappa del mondo, in modo particolare in questo momento. Il jihadismo ha attraversato tre fasi. Quella di opposizione ad un nemico “vicino”, in seguito alla caduta di Kabul, il 15 febbraio ’89, realizzatasi nei tentativi di jihad interne in Algeria, Egitto, etc. In seguito vi fu la fase di opposizione ad un nemico “lontano”: se gli islamici uccidono altri islamici, non si ottiene nulla. Khomeini aveva vinto la jihad mediatica ed ora, per la creazione dello Stato Islamico, era necessario fare vittime in Occidente. Lo capì Bin Laden: culmine di questa fase furono gli attentati alle Torri Gemelle. La sensazione di iperpotenza che guadagnarono i giovani delle banlieues dopo l’11 Settembre portò comunque ad un fallimento politico: il tentativo di tramutare l’Iraq in un nuovo Vietnam per gli USA aprì le porte al comune nemico Iran. Con la Primavera Araba, si aprì la terza fase, di opposizione ad un nemico “a metà”: un tessuto organizzativo impeccabile ed una impostazione bottom-down generarono la catena di episodi terroristici di cui quello al Bataclàn è l’esempio più rappresentativo. La caduta di Raqqa nel 2017 rappresenta simbolicamente la caduta dell’ISIS e la conclusione di questa fase. Ora il jihadismo è in fase di ridefinizione interna e l’Occidente deve approfittarne senza esitazione e senza compiere gli errori commessi in passato, mettendo in campo politiche di integrazione, favorendo il dialogo culturale e approfondendo la conoscenza dell’altro nelle città, soprattutto in Europa.

Allo stesso tempo, la gioventù islamica deve stare attenta a «non dimenticare le stesse cose». Kepel racconta alcuni aneddoti nelle carceri francesi, nelle quali ha tenuto lezioni, al fine di contrastare la formazione di cellule jihadiste tra i prigionieri. È necessaria una storizzazione della memoria: l’integralista non vede se stesso come attore della storia, bensì come attore della profezia e pertanto portatore dell’unica verità. Questo sopprime ogni possibilità di lettura oggettiva degli eventi (l’incarceramento è dovuto al razzismo e l’unica risposta possibile è la jihad) e di creazione di una società multietnica (solo l’islamico può parlare di islam, solo il cristiano di cristianità): un vero e proprio «fallimento culturale».
In seguito a queste lezioni, nel 2016, Kepel si è guadagnato ben tre fatwe (condanne a morte) via Facebook. Ironizza: «Se la mia mente non aveva alcuna paura, il mio corpo reagì diversamente: una sciatica terribile non mi lasciava uscire dal letto e l’unica posizione di conforto era inginocchiato con un cuscino sotto le gambe. Così scrissi il mio libro, in posizione jihadista!»

Sul fenomeno del rientro dei jihadisti dalla Siria e dall’Iraq Kepel non esita: è impensabile un’accoglienza nelle carceri europee. Si tratta di un «riflesso di sopravvivenza»: il nostro sistema carcerario non è preparato a ricevere masse di estremisti ed è troppo pericoloso per la collettività ospitare nuclei con presupposti ideologici opposti a quelli della nostra società.

Le ultime scoppiettanti battute sono dedicate a tracciare alcune linee guida per leggere gli ambigui rapporti che legano Siria, Iran, Iraq, Russia, Israele, Turchia ed il cosiddetto «Stato sassolino» che è il Kurdistan. Se gli equilibri paiono gravitare intorno a questioni riassunte con un eloquente «petrolio non olet», le implicazioni sociopolitiche sono ben più complesse da comprendere e digerire. Al momento, per esempio, è in atto un tentativo di ridisegnare gli equilibri etnici per favorire il reinserimento nel paese di origine dei profughi siriani da Turchia e Giordania. Definire il ruolo di Putin nel «post terzo conflitto mondiale postmoderno» è un altro enigma chiave. Le questioni aperte sono numerose e spinose ma, con Uscire dal caos, Kepel prova che una ricerca storica scientifica può avere potere predittivo ed è presupposto fondamentale per capire cosa succede e camminare insieme verso un futuro di integrazione, pace e libertà.

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