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Il giallo di Zaki

Patrick Zaki, egiziano che studia sui banchi dell’università di Bologna. Dall’8 febbraio, il giorno del suo arresto all’aeroporto del Cairo – di rientro da Bologna – è nata un’incredibile campagna di mobilitazione per chiedere il suo rilascio. Bologna è la base, la pagina #Patricklibero creata dai suoi compagni di studio il canale di riferimento.

Qui un nostro inviato speciale da Bologna, andato in onda il 15 febbraio 2020 qui su radio 1, dal minuto 12

La conferenza di Berlino sulla Libia

Ottimismo a Berlino, pessimismo sul campo a Tripoli e ambivalenza a Bengasi. Prova che la ripresa della diplomazia – che dall’inizio dell’operazione del generale Haftar sulla capitale non trovava il modo di rimettersi in moto – da sola non fa miracoli. Lodevole però lo sforzo della Germania, entrata nella cabina di regia di un dossier che negli ultimi anni si sono contese Italia e Francia. La Cancelliera Merkel ha infatti  avuto il merito di riunire attorno allo stesso tavolo tutti gli agenti stranieri coinvolti nella crisi in corso, alcuni dei quali (soprattutto Russia, Egitto, Emirati e Turchia ) foraggiando di armi e mercenari i propri clienti hanno fomentato il conflitto. Ecco perché a Berlino – dove i libici non dovevano essere sulla lista degli invitati – il primo obiettivo era solo uno: fermare l’ingerenza straniera per mettere a tacere le armi.

L’inviato speciale è andato in onda il 25  gennaio 2020, su Radio 1.

 

Kadhem Khanjar, quando la cultura si fa milizia

Urla contro la volgare violenza del settarismo e del sedicente stato islamico, piange le vittime dell’ennesima autobomba fatta saltare in aria dai terroristi e sfida la morte correndo su un campo minato, declamando i suoi versi. Kadhem Khanjar è molto più di un giovane poeta iracheno i cui lavori sono stati inclusi nell’antologia “In guerra non mi cercate”. E’ il creatore della milizia della cultura. In un Iraq sconvolto dalle tante milizie armate che sfuggono al controllo dello stato, Khanjar ha deciso di creare una  milizia artistica che si fa portavoce di un movimento che vuole cambiare il paese utilizzando versi e rime. La cultura contro le armi. Le performance sui campi di battaglia contro la violenza. L’obiettivo? Fare conoscere la poesia e utilizzare il suo potere trasformativo per fare delle macerie qualcosa di costruttivo.

Di lui e con lui abbiamo parlato nell’inviato speciale andato in onda sabato 11 gennaio 2020 su Radio 1.

 

Khanjar- che ha iniziato a scrivere quando a 13 anni era costretto in casa a causa dei bombardamenti statunitensi- organizza performance letterarie dentro le carcasse delle autobombe usate dai terroristi, lungo il perimetro esterno di basi statunitensi protette da barriere impenetrabili, all’interno di ambulanze in corsa e negli stessi scenari in cui il sedicente stato islamico ha mietuto vittime. “Non distinguo il mio io poetico dal mio io attivista” dice mentre partecipa alle manifestazioni scoppiate a Bagdad e in altre città irachene, lo scorso ottobre. Ennesima occasione che ha mostrato – come denuncia il poeta – quanto sia facile morire in Iraq, spesso campo di battaglia di guerre o scontri per procura, come quelli tra Stati Uniti e Iran.

La corsa di Yassine Rascik

La storia di Yassine Rashick non l’ho appresa leggendo un quotidiano, un blog o un sito dedicato alle seconde generazioni. E neanche facendo un’inchiesta o un reportage. E’ entrata a gamba tesa  in quella parte della mia vita durante la quale mi autoesilio da lavoro, famiglia, App e cellulari.

La corsa.

I primi a farmi conoscere il suo nome sono stati dei 15 enni incrociati fortuitamente al punto di ristoro, dopo una campestre finita con i crampi ai polpacci, la pioggia in testa e il sorriso sulle labbra. Mentre si riparavano dalla pioggia sotto un tendone, non facevano altro che parlare di Yassine, dei suoi tempi, delle sue medaglie, della sua forza.

“Come dargli torto”, dirò più tardi tra me e me, dopo aver studiato il medagliere di Yassine, segnando su un pezzo di carta i suoi tempi, tutti irraggiungibili per le mie gambe. Mi appassiono al suo talento sportivo, inizio a seguirlo in remoto e vedo vincergli quasi tutto quello che un atleta può vincere a livello giovanile. Inizio quindi a pensare che diventerà il prossimo re della maratona italiana. La mia fantasia è però costretta a fermarsi.

Lo Yassine pluriprimatista italiano è lo stesso che NON può rappresentare l’Italia a competizioni internazionali.

La storia che racconto è però a lieto fine. La politica si è mossa, Yassine ha corso per il suo e il mio paese.

E mi ha fatto anche vincere il premio UCSI 2019. E’ andata in onda su Extra Time, potete riascoltarla qui.

In fuga dall’Egitto

Tratto dall’omonimo libro, Fuga dall’Egitto, racconta la storia di tre esuli egiziani scappati all’estero perché a casa loro non potevano più vivere una vita normale a causa delle loro idee politiche. LA repressione, le torture,  la fuga e la nuova vita in diaspora. A raccontarlo sono direttamente loro. E’ andato in onda il 21 settembre giugno. Potete riascoltarlo qui su Rai Radio 1 a partire dal minuto 15.

 

Molenbeek, un quartiere che vuole cambiare.

E’ andato in onda l’8 giugno. Potete riascoltarlo qui su Rai Radio 1 a partire dal minuto 24.

Il confine irlandese

Che effetti avrà la Brexit sull’Irlanda? Esiste davvero il rischio di ricreare una nuova frontiera tra nord e sud? Quanto è concreto il pericolo che riaffiorino le antiche tensioni tra repubblicani e unionisti?

Il nostro lavoro dal confine è andato in onda il 4 maggio 2019. Potete riascoltarlo qui, su Rai Radio 1, nei primi 15 minuti. 

 

Croazia tra passato e presente

In viaggio in Croazia, alla vigilia delle elezioni europee. Un Paese che deve ancora fare i conti con il proprio passato e con il crescente nazionalismo. E’ andato in onda il 23 marzo 2019. Potete riascoltarlo qui su Radio 1, Inviato Speciale.

Libia, la pace difficile
La preparazione è stata tutta in salita. Prima il progressivo ritiro degli ospiti internazionali in base ai quali era stata scelta la data, in primis Putin e Trump che il giorno prima hanno partecipato alle celebrazioni della fine della prima guerra mondiale a Parigi. Poi, il balletto del generale Khalifa Haftar che con un estenuante tira e molla sulla sua partecipazione ha costretto gli organizzatori al cardiopalma. Alla fine però, la conferenza di Palermo sulla Libia è stata descritta come un successo da Ghassam Salamè. Per due volte, l’Inviato Speciale dell’Onu, l’ha chiamata “una pietra miliare “ per il complesso processo di stabilizzazione della Libia.
Proclami a parte, nei fatti non si è arrivati alla firma di alcun documento condiviso e non sono state prese decisioni operative. Anzi, proprio mentre a Palermo si cercava – per l’ennesima volta – di gettare le basi per fare la pace, a Tripoli sono ripresi gli scontri armati.
Ne parliamo qui, durante questo Inviato speciale andato in onda il 25 novembre 2018 ( dal minuto 16).

La metro di Riad

E’ il cantiere più grande del mondo al momento. Vuole rivoluzionare il sistema delle infrastrutture dell’Arabia Saudita, un paese a lungo entrato nelle cronache giornalistiche per il nero dominante degli abiti che tutte le donne che ci mettono piede, anche io, devono indossare e che negli ultimi mesi ha fatto parlare per la sua modernizzazione dall’alto dal tocco glamour. Stadi e automobili permessi alle donne, concerti e cinema che riaprono dopo 40 anni di divieto assoluta. Camminando per le strade della capitale però è il solito deserto di pedoni. Camminare non è vietato, ma nei fatti è un tabù … sociale …e ambientale. Ed è quello che questo progetto infrastrutturale vuole cancellare.
Camminando per Riad, sbircio curiosa nei diversi punti visibili del cantiere della nuovo metro. Resto affascinata dai progressi dei lavori negli ultimi tre anni, ma continuo a chiedermi se la risposta della sedentaria società saudita avrà lo stesso ritmo. E soprattutto, fino a che punto una rivoluzione infrastrutturale cambierà il modo di vivere lo spazio pubblico locale, uno spazio quasi desertico solo fino a qualche anno fa, dove dominava la segregazione sessuale?
Ne parliamo qui … a Inviato Speciale. E’ andato in onda il 28 luglio su Radio 1, lo potete riascoltare qui.

Donne Saudite al volante

Il 24 giungo 2018 le donne saudite andranno al volante delle loro auto, quelle che per decenni hanno dovuto far guidare ai loro driver. Ne parlano un po’ tutti, in modo glamour e patinato.
Con @radio1 siamo andati nel regno saudita per raccontare la storia che ci ha portato fino a qui, una vicenda non sempre patinata, come tutti ora tendono a raccontare. E non glamour al 100%. Un evento che non completa il percorso di emancipazione femminile. Anzi, invita le donne a proseguire. La modernizzazione dall’alto aperta non Paese non soddisfa pianamente tutte, anche se ne accontenta molte.

Lo ritrovate qui (circa a metà) sulla puntata odierna di Inviato Speciale.

Erasmus nei territori occupati

In Palestina e in Israele si possono anche raccontare storie invisibili. Come quella di due studentesse italiane che decidono di fare l’Erasmus nei territori Occupati. Una viene da Roma, l’altra da Cosenza e vogliono fare un’immersione in qualcosa di diverso e atipico. Non sognano le feste in riva al mare che gli altri colleghi partiti per l’Erasmus fanno a Barcellona, nè l’happy hour nei dintorni di Piccadilly circus.

Nell’ultimo missione tra Israele e Palestina, ho incontrato le due ragazze, uscendo dalla città vecchia di Gerusalemme. Mi raccontano la loro storia, mangiando hummus in una rosticceria locale. La stessa dove lo hanno assaggiato per la prima volta il giorno che hanno iniziato il loro Erasmus nei territori occupati.

E’ andato in onda durante inviato speciale di oggi. Potete riascoltarlo qui

Bello vedere ragazze così, con l’entusiasmo negli occhi e la voglia di mettersi in gioco, scegliendo le strade meno scontate, ma forse più interessanti.

Ritorno al Cairo

Non vedo più feluche la mattina quando mi affaccio sul Nilo attraversando il ponte Qasr al-Nil. E non le trovo neanche la sera, quando torno attraverso il ponte sitta wa ashriin iulio.
“Non ci sono più da tempo” mi dice un anziano pescatore che in passato ne guidava una con tanto di ristorante a bordo. “La mia era tra le preferite dei giovani del borghese quartiere di Zamalek,. Le noleggiavano per festeggiare compleanni e anniversari, ma da quando c’è stata quella cosa là … è finito tutto”, continua il barcaiolo, riferendosi a una festa omosessuale tenutasi sulla feluca Queen Boat. L’evento che ha inaugurato la caccia ai Gay nelle strade del Cairo.
Rinuncio alla traversata sul Nilo e arrivo a piedi alla Bursa, la zona pedonale attorno al quartiere finanziario del Cairo. Mi accoglie una gigantografia di Mohammed Salah, l’ex giocatore della Roma. E’ lui il vero eroe nazionale…tant’è che oltre un milione di egiziani lo ha votato alle ultime elezioni presidenziali, anche se non era candidato.
Le sedie che una volta affollavano la zona rendendo difficile passeggiare…sono ora a grande distanza l’una dall’altra. E anche il fumo della shisha che di sera qui creava una cappa … è ormai una leggera nebbia che si confonde con lo smog.

E’ andato in onda il 5 gennaio 2018 alle 8,45 su Radio 1. Un grazie ai pochissimi che in questi anni hanno condiviso con me la nostalgia d’Egitto e il mal di Nilo. Potete riascoltarlo qui, al minuto 15 circa.

Turchia, chi bussa alle porte dell’Europa?

Un fiume in piena che è entrato in un Paese già scosso da una serie di turbolenze interne. E’ così che sono rappresentati i 2,7 milioni di siriani arrivati in Turchia dal 2011 ad oggi. Profughi che scappano dalle loro case per fuggire ai bombardamenti, bussando in primis alle porte dei Paesi confinanti. E se la Turchia queste porte le ha aperte, lo stesso non si può dire dell’Europa che ha preferito difendere i proprio confini alzando nuovi muri e barriere di filo spinato. Per sigillare le sue frontiere esterne, lo scorso marzo l’Unione europea ha anche siglato un accordo con Ankara che ha promesso di tenere all’interno dei propri confini i profughi in cambio di 6 milioni di euro e della promessa, mai mantenuta, di una politica di liberalizzazione dei visti per entrare nell’Unione. Ed è così che la Turchia è diventato il Paese che ospita, e al contempo trattiene, il maggior numero di profughi siriani. Una comunità che Azzurra Meringolo va a conoscere con Bianca Benvenuti, immergendosi nella Little Damascus di Istanbul dove si respira il profumo del cardamomo del caffè siriano e si sente parlare l’arabo. Ma la Turchia può essere considerata un paese terzo sicuro per i profughi siriani?

E’ andato in onda il 3 gennaio 2016 alle 11 su Radio3Mondo. Un grazie allo IAI che ci ha portato in missione e a  Bianca Benvenuti, nostro Virgilio in viaggio. Potete riascoltarlo qui.

“Donne saudite al voto”, TRE SOLDI IN 4 PUNTATE

Un Paese non adatto alle donne, nero e impenetrabile”. Così mi è stata apostrofata l’Arabia Saudita da tutti i miei interlocutori prima di partire. E così mi si è presentata, atterrata a Riad, città ben rappresentata dal colore dell’abaya che devono indossare tutte le donne, anche le straniere, musulmane e non. Nero e rigorosamente monocolore. Ma l’Arabia Saudita non è solo il nero di Riad. A Gedda, ragazze e signore portano abaya molto più colorati. Basta entrare in una sartoria di un certo stile per capire che l’Arabia Saudita non è un Paese monocolore. Ci sono zone grigie, ma c’è anche spazio per i colori. Più nel privato che nel ristrettissimo spazio pubblico che le donne faticano a frequantare soprattutto a causa di un’anacronistica e severa norma sociale: la segregazione di genere. Donne e uomini non possono infatti condividere spazi comuni. Il governo, così come il Maglish Al-Shura – l’Assemblea che ha esclusivamente poteri consultivi – sono di nomina regia. E i sauditi – sudditi più che cittadini – possono, dal 2005, votare solo per eleggeri i due terzi dei consigli comunali.  E, novità assoluta, dallo scorso 12 dicembre questo diritto è stato esteso anche alle saudite, diventate potenziali elettrici e candidate. Tra le oltre 900 novelle candidate, una trentina ce l’ha fatta.
Femminismo di regime o avanguardia luminaria? Difficile da decifrare. Quello che è certo è che queste donne – che pur vivono con la valigia in mano e si danno appuntamento a Londra e a New York – sono saudite che non possiamo definire come nere e monocolore. Si mischiano nel nostro Occidente, ma non le identifichiamo come saudite perché parlano l’inglese molto meglio di noi. Incontrarle, tra Gedda e Riad, fa guardare l’Arabia Saudita con lenti diverse. Per una volta, essere una giornalsita donna ha avuto un vantaggio. È stata una chiave per entrare in ambienti ancora inpenetrabili al sesso maschile.

Potete riascoltarlo qui

“STUDIARE INSIEME, KAUST L’UNIVERSITà SAUDITA SENZA DISCRIMINAZIONE” 

Si chiama Kaust ed è l’unica università saudita dove non vige la segregazione sessuale. In Arabia Saudita non è infatti possibile che donne e uomini condividano i banchi di scuola. Grazie ad un progetto pilota del re Abdullah, nel mezzo del deserto è sorta un’oasi di sapere dove lo studio e la ricerca tecnologiche sfidano questo tabù. I risultati scientifici sono già di alto livello, per quelli sociali bisogna ancora aspettare. Tra i protagonisti dell’audiodocumentario, IL professor Valerio Orlandola ricercatrice Ramona Marasco che raccontano la loro esperienza a Kaust e la console italiana a Gedda, Elisabetta Martini che spiega le sfide del suo mandato.

E’ andato in onda il 29 giugno, ma potete riascoltarlo qui.

“DENIS MUKWEGE, L’UOMO CHE RIPARA LE DONNE”

L’uomo che ripara le donne: non esiste una formula migliore per descrivere il dottor Denis Mukwege, medico congolese al quale il Parlamento europeo ha assegnato quest’anno il premio Sakharov per la libertà di pensiero. Nella sua biografia scritta da Colette Braeckman, ‘Muganga, La guerra del dottor Mukwege’ (Fandango, 2014), si racconta del lavoro svolto in 14 anni, di assistenza a oltre 40mila vittime di violenze sessuali, compiute ai loro danni soprattutto dai combattenti hutu venuti dal Rwanda. Le pazienti che Mukwege ha accolto nel suo ospedale fondato a Panzi, Bukavu, sono vittime non solo di violenze, ma di vere e proprie torture e atti di sadismo. Più che curarle, il dottore deve compiere su di loro una vera e propria operazione di riparazione. Ricucendo le parti più intime delle donne spera di ridare loro quella dignità che prima la violenza e poi la società gli hanno tolto, trattandole da paria.

Mukwege l’avevamo già intervistato per Reset.  Il Documentario è andato in onda su Radio 3 il 22 dicembre alle 11. Potete riascoltarlo qui.

“UNA VITA DA AMISH”

Non usano automobili, ma carrozze trainate da cavalli chiamate buggies. Si sposano solo a novembre o dicembre, dato che non è periodo di raccolto, e il viaggio di nozze consiste in un tour nelle case dei parenti. Gli Amish hanno un solo motto: nati per costruire granai.

Oggi vivono in 22 stati degli States, ma dietro il Pennsylvania Duch, il dialetto tedesco che parlano in casa, si nascondono le loro vere origini. Gli Amish americani sono un gruppo protestante che ha le sue radici nella comunità Mennonita europea, nel periodo della Riforma. “Sono nati alla fine del XVII secolo come seguaci del vescovo svizzero Jacob Amman e sono un movimento anabattista che crede che solo gli adulti possano ricevere il battesimo” spiega Lydia, una maestra mennonita che lavora a Lancaster, cittadina a nord di Philadelphia, dove vivono circa 17 mila Amish.

No all’elettricità. No a computer e televisioni. No anche a telefono e motorino che potrebbero aprire orizzonti troppo lontani. Sì però a tutti quei surrogati che permettono di vivere dignitosamente anche senza queste comodità. In viaggio nella Lancaster County.

Trasmissione del 31 dicembre 2013

“LA CITTA’ DEGLI ZABALEEN NELLE VISCERE DEL CAIRO”

AUDIODOC di AZZURRA MERINGOLO -29agosto2013
Un carretto con una montagna di sacchi sporchi sulla cui cima siede un ragazzino che controlla che non cada nulla corre lungo un vicolo sterrato. A tagliargli la strada una fila di topi e qualche bambino che ha appena smesso di aiutare sua mamma a smistare i rifiuti. Nelle officine che si affacciano sulle strade i figli degli Zabaleen giocano tra la “mondezza”, sorridendo quando vi trovano qualcosa di imbarazzante e rattristandosi quando non c’è nulla con cui divertirsi. Benvenuti negli inferi del Cairo, meglio conosciuti come Madinat al-zabaleen, la città dei raccoglitori di rifiuti. Per smistare manualmente il 90 per cento della spazzatura prodotta dai 18 milioni di abitanti del Cairo qui lavorano tutti. Qui, grazie a un vero e proprio business del rifiuto, quello che la gente butta si trasforma in oro. La città degli zabaleen, che giace ai piedi delle colline del Moquattam, è una enclave copta nata circa mezzo secolo fa quando i contadini saidi, ovvero del sud, sono sfuggiti dall’Alto Egitto per scampare la fame e la miseria. Una volta arrivati al Cairo però non hanno trovato niente di meglio da fare che raccogliere la spazzatura.

 

“LITTLE SYRIA”
AUDIODOC di AZZURRA MERINGOLO – 27agosto2013
Little Syria è la più grande comunità arabo-americana che si sia formata nella città di New York tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900. Il quartiere si nasconde nella punta sud occidentale di Manhattan, i primi immigrati arabi infatti si insediarono in quel reticolato di strade di Washington Street, lo stesso quartiere che poi sarebbe diventato anche la base di Wall Street. Little Syria è stata per anni il punto di riferimento delle più grandi ondate migratorie provenienti dal Medio Oriente. Comunità vivace, multietnica e internazionale il quartiere però ha subito le conseguenze della riorganizzazione della città: la realizzazione del tunnel che collega Brooklyn a Long Island nella metà degli anni ’50 ha costretto la comunità all’esodo e, mentre Atlantic Avenue è diventato il nuovo centro della comunità araba, compaiono numerose campagne per la preservazione di quel che rimane della storica Little Syria, vivace scenario artistico e giornalistico del Medio Oriente oltre oceano. Azzurra Meringolo ha visitato quei luoghi per noi, raccontadoci le storie delle famiglie orientali che, come tante altre a fine Ottocento, hanno cercato fortuna e una vita migliore negli Stati Uniti d’America. Dalla multietnia e dalla fervente attività artistica e letteraria ricaviamo l’insegnamento di una convivenza pacifica che può costituire la base del riscatto della comunità mediorientale ancora vittima di islamofobia.

VERSO L’ORIENTE
La Royal Society inglese parla di una “nuova età dell’oro”: è quella che si prepara per il Medio Oriente, che si trova oggi al centro del mondo, tra l’Europa del benessere consolidato e l’Asia delle potenze economiche emerse negli ultimi dieci anni. Azzurra Meringolo ha visitato la città di Masdar, sorta negli Emirati Arabi Uniti per esaltare l’architettura della sostenibilità ecologica e ospitare nuovi centri di ricerca scientifica. Ha incontrato progettisti e ricercatori, testimoni di una rinnovata attenzione al sapere.
Della gloriosa tradizione scientifica del mondo arabo tratta il libro La casa della saggezza di Jim Al-Khalili (Bollati Boringhieri, 2013), che Gaetano Prisciantelli commenta insieme a Giulio Giorello, professore di Filosofia della scienza all’università di Milano.
Venerdì 20 settembre 2013, dalle 11.00 alle 12.00, Azzurra Meringolo e Gaetano Prisciantelli conducono lo speciale di Radio3Mondo e Radio3Scienza, a cura di Cristiana Castellotti e Rossella Panarese, con la regia di Cettina Flaccavento.

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