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A Roma per Giulio

Nel giorno in cui il presidente della Camera Fico è al Cairo per parlare con Al-Sisi per chiedere #VeritàperGiuioRegeni ( a sentirlo parlare sembra quasi uno di noi), A Roma per Giulio, la ciclostaffetta per chiedere Verità per Giulio Regeni che da sabato attraverserà l’Italia, sta raccogliendo i ricordi dei cittadini italiani relativi al momento della morte di Giulio. Come avete appreso la notizia? Qui i nostri due cent, relativi però alla notizia della sua scomparsa.

Non ricordo nei dettagli come ho appreso la notizia della morte di Giulio, ma ancora oggi, quando passo sulla tangenziale est di Roma provo le stesse sensazioni avvertite quel 31 gennaio 2016, una domenica sera, quando un’amica mi chiama per chiedermi se conoscevo il ragazzo italiano scomparso al Cairo.
La mia mente si appanna, inizio a guardare nei miei occhi, cerco indietro, nella mia memoria, i tratti di quel ragazzo. Non lo trovo Giulio, ma nel frattempo inizio ad avere paura. Molte volte ho pensato che il traffico di questa arteria romana fosse uguale a quello della strada 26 luglio che al Cairo attraversa lo storico quartiere diplomatico di Zamalek. E per alcuni istanti mi sento al Cairo, nella sua confusione, sotto la sua coltre di nebbia inquinata, tra i clacson costanti e la massima allerta… perché negli ultimi viaggi -soprattutto quelli successivi al golpe del 2013 – ho capito che qualcosa può sempre andare storto. Non bisogna mai abbassare la guardia.

E allora accosto, perché capisco che quella confusione è pericolosa. Accendo il cellulare e inizio a cercare notizie in modo convulsivo. Trovo solo un’Ansa, ripresa da tutti, che parla del povero Giulio, scomparso nel baratro del Cairo. Lo immagino camminare su quelle stesse strade attraversate da me. Chiamo subito i miei amici al Cairo, ma non rispondono. Guardo i loro profili Facebook, ma sono silenti. Il mio cellulare si scarica e faccio marcia indietro. Non riesco ad andare a cena fuori come previsto. Entro in casa, sbatto la porta e mi metto sul divano con il mio Mac aperto sulle gambe. Affianco a me ho gente, ma è come se fossi sola. Io e il mio mondo egiziano, quello che alcuni pensano abbia lasciato in Egitto, ma invece è sempre con me.

Entro dentro tutti i canali egiziani. Mi metto gli auricolari per non dare fastidio agli altri nella loro vita italiana, ma nessuna televisione ne parla. Mi meraviglio? Certo che no. E’ laa conferma che è qualcosa di grosso. Contatto finalmente l’amico che qualche giorno prima si era chiesto, in arabo e su Twitter, dove fosse finito Giulio. Diversamente dal solito, lo sento preoccupatissimo. E mi spavento. Inizio a informarmi sulla sua tesi di dottorato – pensando alla mia. Inizio a ipotizzare la lista di interviste da realizzare per la ricerca sul campo…non butto giù nomi, ma profili. Giulio non è sparito, è stato fatto sparire…concludo dopo un paio di ore. E come è possibile che non sia stato bloccato all’aeroporto come era già successo ad alcuni ricercatori come noi che facevano dottorati scomodi?

La paura che provavo in macchina sale intanto per la colonna vertebrale e mi esplode in testa. Ripenso alle volte che mi sono sentita seguita, io, al Cairo. A quando ho girato i tacchi e non ho portato fino in fondo le interviste che dovevo fare. E nel disagio più totale…iniziano a scendere le prime lacrime. “Giulio non lo rivedrà più nessuno” dico alla mia vita italiana che intanto si è accorta del dramma che sta attraversando la mia vita. “Un guidatore di feluche racconterà un giorno al corrispondente Rai che lo ha visto tuffarsi nel Nilo….E noi resteremo appesi … con il dubbio tutta la vita.”

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